Westwater Gallery – NY 1991

Entrando nell’ecosfera portatile di Piero Gilardi, non possiamo veramente chiamare in causa la realtà empirica di quanto stiamo sperimentando. Quella che viene trasformata nel tempo, comunque è la sensazione di certezza che le più grandi pretese dell’uomo ed i più profondi misteri della natura sono veramente lontani l’uno dall’altro. Forse questa esperienza ci avvicina di un passo alla comprensione della ragione per cui noi desideriamo ardentemente intravedere nelle opere d’arte qualche prova che le nostre vite interiori sono tanto sfaccettate, tanto infinitamente costrette, quanto l’ordine in cui esse pretendono di affondare le loro più profonde radici. Senza l’evidenziazione di qualche legame inconscio fra la natura e noi, ci pare di dimenticare che la nostra esistenza non è nient’altro che il vago riflesso di quanto abbiamo prodotto lungo la via.
Forse perché la natura stessa fa molto più del semplice creare o distruggere, il nostro ruolo di iniziati nel giardino simulato di Gilardi deve anche coinvolgere lo stabilirsi del contatto con quella parte di noi stessi che più di ogni altra è in rapporto armonico con la natura.
Gilardi, dopotutto, sembra voler dire che l’aver cura del mondo nel quale viviamo e la ricerca della felicità sono due modi di avvicinare lo stesso problema – una cosa sulla quale non avremmo mai dubitato se non fossimo stati scacciati dal giardino qualche millennio fa.
(Estratto da catalogo della mostra alla Sperone – Westwater Gallery. New York 1991)